Pina Mestolella è la zia che tutti credono di avere — quella che entra in cucina con l’aria di chi sa esattamente cosa sta facendo, e ne esce con qualcosa di fumante che chiama specialità.
Ha imparato a cucinare “da sola, guardando e sbagliando”, come dice lei, con l’enfasi sul guardare. Gli errori non esistono nel suo vocabolario: esistono varianti regionali, interpretazioni personali e cotture raffinate per palati esigenti. Se qualcosa brucia, è perché “il sapore amaro delle Valli Strimbone non si ottiene altrimenti”. Se la pasta è scotta, “si assorbe meglio il condimento, così vuole la tradizione dei Monti Grabbosi”.
Il suo repertorio di ingredienti è vasto e geograficamente imprecisato: i tummurazzi della Gregoriana, i fazzannoni, la scorfiglia di monte, i bruconotti selvatici. Li trova al mercato, dice. O li ordina “da un fornitore di fiducia delle zone alte”.
Parla lentamente, con tono ipnotico e materno. Non ammette repliche. Ha sempre ragione, anche quando oggettivamente torto.




